I misteri dell’Isola di Pasqua

Come è possibile che uomini europei abitassero una lontanissima isola appena scoperta e parlassero un’altra lingua ? Come erano arrivati laggiù? E soprattutto quando?
A volte un semplice disegno apparentemente innocente può nascondere verità inimmaginabili. Abbiamo scoperto un’incisione che risale al 1786 che vogliamo guardare insieme a voi con molta attenzione.
E’ un disegno che illustra ciò che la spedizione del comandante La Perouse vide nel viaggio su una piccola isola dell’Oceano Pacifico: c’è il comandante che misura l’altezza di grandi statue, c’è l’artista che si è autoritratto e ci sono gli indigeni dell’isola, seminudi, che li circondano. Abitanti di una piccola isola a metà tra Polinesia e Sudamerica.
Come è possibile che uomini europei abitassero una lontanissima isola appena scoperta e parlassero un’altra lingua ? Come erano arrivati laggiù? E soprattutto quando?
Dobbiamo cercare di capire cosa si nasconde dietro al mistero di questo piccolo quadro: dobbiamo volare per 20.000 chilometri. Dobbiamo raggiungere l’Isola di Pasqua. Andiamo!
Esistono, sul nostro pianeta, luoghi misteriosi, pieni di storia, magia e di domande senza risposta.
Poi esiste quest’isola, che sembra un errore di stampa sulle mappe geografiche: solo un puntino, un pixel sbagliato al centro dell’Oceano Pacifico. Lo sguardo da queste coste abbraccia solo ed esclusivamente mare: la fredda acqua dell’Oceano per quattromila chilometri, in qualsiasi direzione si guardi. E’ il luogo più remoto della Terra. Il posto abitato più lontano da qualsiasi altro posto abitato. La chiamano Isola di Pasqua, Rapa Nui o, più semplicemente, l’Ombelico del Mondo.
Ed è un enigma a forma di Vulcano.
Il nostro è un viaggio emozionante perché su quest’isola sembrano concentrarsi tutti gli indizi che riguardano i più antichi e profondi enigmi del nostro Pianeta.
Chiunque parli dell’Isola di Pasqua limitandosi a raccontarne la storia rischia di banalizzare questo luogo: la Terra su cui stiamo camminando, intrisa di misteri che sembrano inspiegabili, sembra infatti custodire un tesoro favoloso. Un tesoro legato alle origini di noi tutti. Alle origini della nostra civiltà…
Ma dobbiamo andare con ordine: partiamo dall’inizio questa che sembra una favola, ma non lo è affatto…
Il nome di questo luogo è dovuto al giorno della sua scoperta: la domenica di Pasqua del 1722 qui sbarcò, infatti, l’ammiraglio olandese Roggeveen, l’uomo a cui viene ufficialmente attribuita la scoperta dell’Isola.
Ma qualcuno, prima di lui, doveva aver già raggiunto questa terra apparentemente inaccessibile e nascosta tra le pieghe dell’Oceano. Dopo aver visto uccidere dodici guerrieri locali con le armi da fuoco di Roggeveen, il Re dell’Isola decise di parlare con il navigatore. E ciò che gli disse fu più o meno questo: “Sono il re degli ultimi discendenti di un antico popolo. Gli ultimi sopravvissuti di un’antica razza… ”
E’ proprio questa la prima grande domanda a cui dobbiamo rispondere: quale popolo o razza arrivò qui? Navigando su quali mezzi? E perché decise di vivere su questa terra isolata dal resto del mondo? Cosa c’era di così speciale in questo piccolo punto del pianeta?
Circa 160 chilometri quadrati, più piccola dell’Isola d’Elba, distante 3800 chilometri dal Cile e 4200 chilomentri da Tahiti, è la più orientale delle isole polinesiane dell’Oceano Pacifico. L’Isola di Pasqua, però, appartiene al Cile e ospita circa 2000 abitanti. La sua origine è chiaramente vulcanica: è una terra brulla, senza alberi e se l’oceano fosse asciutto, l’intera isola sarebbe la cima di un poderoso massiccio, alto più di 3000 metri.
Quasi mille di queste famose statue di pietra vulcanica sono state ritrovate su quest’Isola. E altre ancora giacciono sui fondali oceanici intorno all’isola. Il loro nome è Moai e sono la chiave e il cuore stesso del mistero che circonda l’Isola di Pasqua. Oggi sono circa seicento le statue disseminate lungo le coste dell’isola. Da secoli non fanno che fissare gli abitanti con il loro sguardo uguale e senza tempo. Gli indigeni le disprezzano: molte sono state abbattute, divelte, buttate in mare. Negli scorsi anni, addirittura rubate e portate via.
I Moai non sono tutti uguali. La loro altezza varia da uno a venti metri. Tutti riproducono però, quasi ossessivamente, lo stesso modello e originariamente erano dotati di un copricapo rosso chiamato Pukao.
· Moai più grande mai realizzato:
Luogo: Rano Raraku
Soprannome: “El Gigante”
Altezza: 21.6 metri
Peso: oltre le 150 tonnellate
· Moai più alto mai eretto:
Luogo: Ahu Te Pito Kura
Soprannome: “Paro”
Altezza: 9.8 metri
Peso: circa 80 tonnellate
· Moai più piccolo esistente:
Luogo: Poike
Altezza: 1.13 metri
Ci sono tre domande che da quasi trecento anni non trovano risposta: Chi li ha realizzati? Con quale tecnica? Perché?
Per cercare di dipanare il complicato groviglio di ipotesi che avvolge il mistero dell’Isola di Pasqua, dobbiamo cominciare dall’inizio di tutto. Da quando qui – forse – non abitava ancora nessun essere umano.
Le tracce dei primi abitanti dell’Isola diPasqua risalgono all’anno 300 dopo Cristo. Canoe guidate per migliaia di chilometri nell’oceano da antichi polinesiani, forse seguendo le migrazioni degli uccelli o semplicemente vittime delle correnti oceaniche.
Le leggende dell’isola, però, narrano di due razze antiche: gli uomini dalle “orecchie lunghe” che venivano dall’Est e quelli dalle “orecchie corte” che venivano dall’Ovest. I primi comandavano, i secondi erano i loro servi. Almeno fino a una data collocata tra il 1680 e il 1784: il giorno in cui, secondo la leggenda, gli schiavi si ribellarono. Il motivo, probabilmente, fu il cannibalismo: le risorse sull’isola scarseggiavano e gli schiavi iniziavano ad essere sacrificati: iniziò quindi una terribile guerra tribale che finì con una notte di sangue in cui l’intera tribù delle Lunghe Orecchie venne trucidata.
Durante scavi recenti fu effettivamente ritrovata una trincea con numerosi resti di ossa umane e carbone… Dunque due razze, due etnie diverse che convivevano in una terra piccola e senza frutti. Un piccolo popolo che praticava il cannibalismo, quando il numero di abitanti superava le risorse dell’Isola.
Non è un caso che l’entrata delle antiche case dell’isola sia bassa e profonda due metri, come un igloo, come una barca rovesciata: è un sistema di difesa. Per entrare bisogna avanzare a carponi e esporre la propria testa a chi si trova dentro l’abitazione…
Ma perché si erano rifugiati proprio qui, e come mai erano rimasti così pochi? E soprattutto: perché avevano la convinzione di essere “Gli unici sopravvissuti del Pianeta”, come abbiamo detto in precedenza? Sopravvissuti a cosa? E i giganteschi Moai cosa hanno a che fare con la loro storia?
La scultura dell’isola di Pasqua può essere divisa in tre periodi. Il primo, inizia intorno al 300 d.C. Allora l’architettura assomigliava a quella di TIAHUANACO, ed era caratterizzata da osservatori solari, i sacri Ahu. I “moai” cominciarono ad apparire intorno al 1100; installati sulle piattaforme ricavate proprio dagli antichi osservatori.
Dopo il 1500 la produzione di Moai sembra fermarsi improvvisamente. Dal culto delle statue di pietra si passa a quello del Dio-Uccello, rappresentato in diverse piccole sculture di legno, pietra e inciso sulle rocce. Il suo simbolo era l’uovo, incarnazione de dio Make-Make. Centro nevralgico del rituale annuale era il villaggio Orongo, situato sul bordo del cratere Rano-Kao: l’ultima cerimonia documentata risale al 1878.
E’ lo stesso culto che si ritrova anche nei miti delle popolazioni celtiche, nordafricane, arabiche e mediorientali.
Le sculture in legno mostrano i corpi degli antenati esposti per la scarnificazione rituale, una cerimonia funebre strettamente connessa al culto dell’uccello, ricorrente nelle antiche civiltà mediorientali e nordafricane.
Semplici coincidenze cerimoniali o tracce di una cultura comune agli antichissimi popoli della terra?
Questo è quanto stabilito da antropologi e archeologi. Ma, come abbiamo visto all’inizio della puntata, c’è qualcosa che non torna. Un piccolo particolare, un quasi insignificante particolare sbagliato…
E’ ciò che ci ha fatto volare per ventimila chilometri per cercare di capire come stanno veramente le cose. Nell’illustrazione realizzata dalla spedizione francese del 1786 il pittore di bordo ritrasse gli abitanti dell’isola con tratti somatici europei!
Questo particolare è importante, perché suggerisce una teoria mozzafiato che vi racconteremo tra breve. Ora invece è il momento di affrontare la questione più spinosa: Come sono stati realizzati questi Moai, con quali strumenti e come sono stati trasportati questi colossi che pesano tonnellate?
Nel fondo del cratere sono state trovate numerose amigdale di pietra, gli utensili necessari a scolpire le statue. Siamo sul bordo del cratere che, di fatto, era la grande cava in cui venivano realizzati i Moai. Lungo la camminata che porta qui in cima ci sono decine e decine di moai;alcuni finiti, ma lasciati lungo la via del trasporto, altri ancora da rifinire ed alcuni ancora “attaccati” alla montagna.
Tra questi il più grande in assoluto è di circa 20 metri d’altezza e pesa oltre 150 tonnellate.
L’archeologia ufficiale afferma che tutte le statue vennero realizzate con utensili di pietra, ma non è difficile pensare che forse qualcosa ancora sfugga agli archeologi, vedendo come circa 400 Moai siano ancora intrappolati nelle pareti di questo vulcano, come se gli antichi “scultori” avessero dovuto abbandonare da un giorno all’altro il loro lavoro.
E veniamo così al punto centrale di questo Mistero: come era possibile trasportare i Moai da qui, fino alle coste? Come facevano gli indigeni a muovere e issare tonnellate di pietra senza avere conoscenzemeccaniche, materiali adatti né animali da tiro?
Li facevano rotolare sui tronchi. Non si rovinavano. Secondo l’esploratrice Katherine Routledge, che sull’isola trascorse 16 mesi tra il 1914 e il 1915, i colossi venivano eretti grazie a delle rampe costruite con ciottoli arrotondati sui quali si faceva scivolare la statua. Per non danneggiare il fragile tufo, le rampe venivano cosparse di polpa di patata schiacciata che diminuiva l’attrito. Arrivato a destinazione, il Moai sarebbe stato poi eretto grazie a un sistema di leve di legno.
William Mulloy – il maggior esperto dell’archeologia dell’isola – sostenne invece un’altra ipotesi: secondo lui i Moai venivano trascinati appoggiando la loro pancia su un’enorme slitta. Veniva poi posizionata una sorta di forcella sulla statua mentre una corda veniva legata al collo del Moai. Questa corda, fissata al vertice della forcella, avrebbe prodotto un leggero dondolio che, combinato con l’azione della slitta, poteva riuscire a spostare la statua. Applicando questa sua teoria in un faticoso esperimento, Mulloy riuscì in 20 giorni circa, con l’aiuto di una dozzina di indigeni, a trasportare e issare un Moai di dieci tonnellate e quattro metri di altezza.
Altre varianti attuali – se ne trovano diverse anche navigando su Internet – suggeriscono piccole migliorie tecniche, ma il punto debole di tutte queste teorie è il legno… Il problema è che, secondo molti studiosi, non è detto che gli alberi e le piante per creare le corde esistessero su quest’isola nei secoli passati. E senza alberi su cui far rotolare le statue, tutto diventa più difficile…
Secondo la Palinologia – lo studio dei pollini – circa 30.000 anni fasull’Isola esistevano piante a basso fusto e diversi tipi di erba. In particolare sono stati trovati pollini di “hau hau”, l’albero della corda, e di “toromiro” albero per ardere. Tutto si interrompe però intorno all’anno 800 dopo Cristo, prima quini della costruzione dei Moai.
Dai sedimenti analizzati si nota come dall’anno 900 in poi vi sia una grande quantità di tracce di legno bruciati. Nei sedimenti successivi al 1400, invece, non ci sono quasi più tracce di alberi, come se fosse scomparsa un’intera foresta sub tropicale…
E’ il momento di fermarci: ci sono ancora molte, forse troppe cose che non tornano e che dobbiamo esaminare insieme. Sono le tracce di un intero ed enorme continente perduto, di cui questa isola potrebbe essere l’ultima incredibile testimonianza. Ci vediamo la settimana prossima. Noi vi aspettiamo qui, sull’isola di Pasqua. Al centro dell’Ombelico del Mondo….
Fonte: Voyager
